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![]() Incipit
Blu sangue (Viviane Moore): Nel mese di maggio del
1145 la luna era rossa e sfuggente come una volpe. Nelle vie di Chartres
soltanto i lumini scintillavano nelle nicchie di pietra. Lo scalpiccio di una
piccola truppa risuonava sul selciato di rue Saint-Pères. Si riconoscevano,
alla luce delle torce, le cotte di metallo dei soldati che, terminata la ronda,
riguadagnavano la prevostura. Bones (Kathy Reich – Max Allan Collins): Fin
dall’inizio della primavera una cappa opprimente di calore avvolgeva Chicago; sembrava
che sul lago Michigan si stendesse una chiazza d’olio denso. La siccità estiva,
unita allo sciopero della nettezza urbana di fine luglio, aveva reso le notti
lunghe e le giornate interminabili in una città in cui gli effluvi erano
intensi e gli animi irritabili. Nelle ultime sette settimane i rifiuti si erano
trasformati in giganteschi cumuli maleodoranti. Cronache perdute dal mondo dei diavoli (Hal Duncan):
Una mappa che brucia. Ogni racconto epico, diceva il mio amico Jack, dovrebbe
iniziare con una mappa che brucia. Come nei film. Fottute fiamme che bruciano
il mondo; la cosa più bella di tutti quei vecchi film, diceva, è quando vedi
quelle antiche mappe di pergamena che…diventano sempre più scure partendo dal
centro, s’increspano, si arricciano fino a quando improvvisamente…VUUM! Harry Potter e i doni della morte (J.K. Rowling): I
due uomini apparvero dal nulla, a pochi metri di distanza, nel viottolo
illuminato dalla luna. Per un istante rimasero immobili, le bacchette puntate
l’uno contro il petto dell’altro; poi si riconobbero, riposero le bacchette
sotto i mantelli e si avviarono rapidi nella stessa direzione. Hereticus (Dan Abnett): Quando giunse il momento,
fu praticamente impossibile fermare Fayde de Thuring. Me ne assumo tutta la
responsabilità, dato che gli avevo concesso di andare avanti per troppo tempo.
Per la maggior parte di otto decenni, era sfuggito alle mie attenzioni e ora
era incredibilmente cresciuto rispetto al trascurabile dilettante del Warp che
un tempo mi ero fatto sfuggire. Colpa mia. Ma non sarei stato io a pagarne le
conseguenze. Gli ultimi giorni di Cartagine (Juan Carlos Martìn
Leroy): I monti, a nord, si erano risvegliati all’alba con una corona di
nevi premature e dal cielo nitido e profondo calava una brezza soave come la
carezza glaciale di una dea cerulea. Norba celebrava il suo giorno di mercato,
a dispetto della guerra, del tribuno e dei suoi soldati, e io avevo scelto quel
giorno per andarmene. Mi sistemai il mantello, mi gettai la sacca sulla spalla
sinistra e mi incamminai frettolosamente verso le porte esterne. Avvicinandomi
al posto di guardia finsi un’andatura insicura, appoggiandomi al mio bastone
come fossi ancor più vecchio di com’ero. Tanto bastò perché il centurione mi
notasse. I cinquecento milioni della Begum (Jules Verne): “Questi
giornali inglesi sono veramente fatti bene!” pensò il buon dottore lasciandosi
andare in una grossa poltrona di cuoio. Il dottor Sarasin aveva praticato in
tutta la sua vita il monologo, che è una delle forme della distrazione. Era un
uomo sulla cinquantina, dai
lineamenti fini, dagli occhi vivaci e limpidi sotto gli occhiali d’acciaio,
dalla fisionomia insieme grave e amabile, una di quelle persone di cui si dice
di primo acchito: ecco un brav’uomo. A quell’ora mattutina, benché il suo modo
di vestire non rivelasse nessuna ricercatezza, il dottore si era già rasato e
portava una cravatta bianca. I crimini del ragno (Peter Tremayne): I tuoni
rotolavano sulle cime alte e nude delle montagne che circondavano la vetta
centrale, la collina di Maoldomhnach, dalla quale prendevano il loro nome. Di
tanto in tanto, un lampo scintillante illuminava quella sommità arrotondata,
scacciando le tenebre dalla valle di Araglin, lung i margini settentrionali
della collina. Era una notte scura, le nuvole temporalesche correvano per i
cieli, urtandosi l’un l’altra come in una carica disordinata. Il cacciatore di ossa (Stuart McBride): La strada
era buia quanto le sciatte, meschine, piccole merde in jeans rattoppati e felpe
con cappuccio entrarono nell’edificio sprangato. Tre uomini e due donne, quasi
identici con quei capelli lunghi, i piercing alle orecchie, al naso, e Dio solo
sa dove. Tutto di loro gridava: “Uccidimi!”. Sorrise. Avrebbero gridato molto
presto. Il locale abusivo si trovava a metà strada lungo una schiera di edifici
a due piani da tempo abbandonati – una fila di lerci muri di granito
malamente illuminati dalle fioche luci stradali e finestre coperte da spessi
pannelli di compensato. Ad eccezione di una al piano più alto, dove una debole
e pallida luce trapelava attraverso i vetri sporchi, accompagnata da una dance
music a tutto volume. Il resto della strada era deserto, dimenticato,
condannato come i suoi abitanti; non un’anima in giro. Nessuno che lo potesse
vedere all’opera. Il campo del vasaio (Andrea Camilleri): L’arrisbigliò
una tuppiata forte e insistente alla porta di casa, tuppiavano alla dispirata,
con le mano e con i pedi, ma curiosamente non sonavano il campanello. Taliò
verso la finestra, dalla persiana ‘nserrata non filtrava lume d’alba, fora era
ancora scuro fitto. O meglio,
dalla finestra ogni tanto arrivava un lampo tradimentoso che agghiazzava la
càmmara seguito da una truniata che faciva vibrare i vetri; il temporale che
aviva principiato il jorno avanti continuava sempre cchiù ‘ncaniato. Il caso Bluelady (James Patterson): Marc Sherman,
procuratore distrettuale della contea di Cumberland, nel North Carolina,
allontanò la sedia dal tavolo dell’accusa, facendola stridere sul pavimento nel
silenzio dell’aula del tribunale. Si alzò e si avvicinò al banco della giuria,
dove nove donne e tre uomini, sei bianchi e sei afroamericani, attendevano con
ansia la sua arringa. Stimavano Sherman, e lui lo sapeva. Era sicuro di vincere
quel processo per omicidio già prima di pronunciare l’arringa. Il cerchio di pietre (Diana Gabaldon): Era morto.
Eppure provava fitte di dolore lancinante al naso, il che gli parve strano,
date le circostanze. Pur riponendo una notevole fiducia nella comprensione e
nella misericordia del suo Creatore, covava in sé un residuo di quel
fondamentale senso di colpa che fa temere a tutti gli uomini l’inferno.
Tuttavia, da quanto aveva sentito dire dell’inferno, riteneva improbabile che i
tormenti riservati ai suoi sventurati abitanti si limitassero a un naso spaccato. Il
corvo (Edgar Allan Poe): Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io
meditavo, debole e stanco, sopra alcuni bizzarri e strani volumi d'una scienza
dimenticata; mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando - d'un tratto,
sentii un colpo leggero, come di qualcuno che leggermente picchiasse -
picchiasse alla porta della mia camera.
«È qualche visitatore - mormorai - che batte alla porta della mia
camera.» Questo soltanto, e nulla più. Il corvo dell’abbasia (Ellis Peters): Quel primo
giorno di dicembre, l’abate Radulfus giunse al capitolo col viso preoccupato e
aggrottato, e sbrigò in fretta le svariate piccolezze presentategli dai suoi
postulanti. Benché fosse un uomo di poche parole, era sempre disposto a
lasciare spazio abbondante a quanti divagavano, con loquacità un po’ eccessiva,
in richieste e suggerimenti, ma quel giorno fu palese che aveva altri problemi
più urgenti nella mente. Il fantasma di Zapata (Paco Ignatio Taibo II): “Un’altra,
capo” disse Belascoaràn Shayne. Era scivolato verso il bancone e vi si era
ancorato con i gomiti già da mezz’ora. Lì, con lo sguardo perso nel vuoto,
aveva lasciato che il tempo passasse interrompendo di quando in quando il
fluire delle proprie idee con secche ordinazioni al barista. Il Faro della Fine
del mondo, cantina alla moda, si trovava nel quartiere vecchio della città
feudale di Azcapotzalco, in quella che un tempo veniva considerata periferia e
che oggi era un nuovo centro febbrile, con pittoreschi scorci di case rurali,
cimiteri, chiesette di campagna e una mostruosa raffineria, orgoglio della
tecnologia anni cinquanta. Il figlio della luce (Christian Jacq): Il toro
selvaggio, immobile, fissava il giovane Ramses. Una bestia mostruosa: zampe
grosse come pilastri, lunghe orecchie pendule, una barba dura sulla mandibola
inferiore, il mantello bruno e nero. E aveva avvertito la presenza del giovane.
Ramses era affascinato dalle corna del toro, ravvicinate e rigonfie alla base
per poi piegarsi all’indietro e quindi volgersi all’insù, sì da formare una sorta
di caso concluso da punte acuminate, capaci di squarciare la carne di qualsiasi
avversario. Il libro dei morti (Patricia Cornwell): Rumore di
acqua che scorre. Una vasca di piastrelline grigie a filo del pavimento di
cotto. L’acqua esce lenta da un vecchio rubinetto di ottone mentre fuori cala
la sera. Oltre i vetri antichi, leggermente ondulati delle finestre, ci sono la
piazza, la fontana e il buio. La ragazza è seduta in silenzio nella vasca piena
d’acqua e l’acqua è gelida, con cubetti di ghiaccio che si sciolgono a poco a
poco. Il suo sguardo è quasi spento, ormai. All’inizio i suoi occhi erano come
mani protese verso di lui, che imploravano salvezza; adesso sono dello stesso
azzurro violaceo del tramonto. Non c’è quasi più nulla, dietro. Fra poco si
chiuderanno. Il mastino dei Baskerville (Sherlock Holmes): Sherlock
Holmes, che generalmente scendeva molto tardi al mattino tranne che nelle non
rare occasioni quando rimaneva alzato tutta la notte, era già seduto al tavolo
della colazione. Mi fermai sul tappeto accanto al caminetto a raccogliere il
bastone dimenticato la sera prima dal nostro visitatore. Era un bel bastone col
pomo rotondo, del tipo comunemente chiamato “Malacca”. Proprio sotto
l’impugnatura c’era una larga fascia d’argento con l’iscrizione “ A James
Mortimer, M.R.C.S. dai suoi amici del C.C.H.” e la data “1884”. Era proprio il
tipo di bastone adatto ad un medico di famiglia vecchio stampo –
dignitoso, solido, e rassicurante. Il morto in piazza (Ben Pastor): Lunedì, 5 giugno
1944, oltre la Sella di Corno, 3:00 a.m. Toscana avrebbe detto. Ma già prima
dell’alba, le strade scalcinate disegnavano curve sferzanti sulle colline.
Ispidi di erba stenta e scoppi gialli di ginestra, i pendii scendevano verso
letti di torrente dove l’acqua ristagnava in pozze esigue. Nessuna frangia di
fogli verdi o muschio. A osservare quelle cicatrici pallide, giù in fondo tra i
colli, ci si chiedeva se ci fosse acqua per qualsiasi cosa o chiunque altro,
qui intorno. Il nome della rosa (Umberto Eco): Era una bella
mattina di fine novembre. Nella notte aveva nevicato un poco, ma il terreno era
coperto di un velo fresco non più alto di tre dita. Al buio, subito dopo laudi,
avevano ascoltato la messa in un villaggio a valle. Poi ci eravamo messi in
viaggio verso le montagne allo spuntar del sole. Come ci inerpicavamo per il
sentiero scosceso che si snodava intorno al monte, vidi l’abbazia. Non mi
stupirono di essa le mura che la cingevano da ogni lato, simili ad altre che
vidi in tutto il mondo cristiano, ma la mole di quello che poi appresi essere
l’Edificio. Era questa una costruzione ottagonale che a distanza appariva come
un tetragono ( figura perfettissima che esprime la saldezza e l’imprendibilità
della Città di Dio), i cui lati meridionali si ergevano sul pianoro
dell’abbazia, mentre quelli settentrionali sembravano crescere dalle falde
stesse del monte, su cui s’innervavano a strapiombo. Il piccolo libraio di Archangelsk (Georges Simenon): Fu
un errore mentire. Se ne rese conto nel momento stesso in cui apriva bocca per
rispondere a Fernand Le Bouc. E solo per timidezza, per mancanza di
disinvoltura, non cambiò le parole che gli salivano alle labbra. “E’ andata a
Bourges” disse. Le Bouc, mentre risciacquava un bicchiere dietro al bancone,
chiese: “ La Loute vive ancora là?” E lui, senza guardarlo: “Credo di sì”. Il sangue e il potere (Corrado Augias – Vladimiro
Polchi): Caio Giulio Cesare, nato a Roma il 12 luglio del 100 a.C. Figlio
di Gaio Giulio Cesare. Rampollo di una delle più antiche famiglie patrizie, la
gens Giulia, presunto discendente di Iulio, figlio di Enea e nipote di Venere.
“…..Molto si parla della fortuna di Cesare: ma quell’uomo straordinario ne
aveva tante di grandi qualità, senza un difetto, per quanto di vizi molti ne
avesse, che assai difficile sarebbe stato che non riuscisse vincitore,
qualsiasi esercito avesse comandato. E che in qualsiasi res publica fosse nato,
non l’avesse governata” (Montesquieu, Considerazioni sulle cause della
grandezza dei Romani e della loro decadenza). Il signore dei maghi (Lawrence Watt-Evans): Il
giovane si sporse dal parapetto in legno e, appoggiando una mano alle imposte,
guardò in basso verso la vallata. Il sole era tramontato dietro la dorsale ad
ovest, facendo sprofondare nell’ombra i campi e i boschi mentre la foschia
della sera si addensava, oscurando in gran parte gli alberi ancora verdeggianti
sotto il chiosco. Scintille di luce multicolore tremolavano nella nebbia e tra
le foglie, mentre alcuni ler si occupavano delle loro misteriose faccende, luminosi e
nitidi in quell’oscurità blu verdastra. L’incontro (Vincenzo Cerami). I radiatori erano
bollenti, ma il professore se ne stava rannicchiato dentro il cappotto. “Mi
creda, capitano, è come se ci fosse crollato addosso il soffitto
all’improvviso, quando proprio non ce l’aspettavamo. In verità non ci siamo mai
aspettati niente. La nostra vita andava liscia, nulla faceva sospettare nulla.
Per tanti anni siamo stati un piccolo gregge nell’ovile, e il professor
Bulmisti era il pastore, che non aveva certo bisogno di cani, grazie alla
nostra assoluta disponibilità a non creare problemi di sorta. Ce ne stavamo al
posto nostro in santa pace, e lui ci ha sempre detto di essere contento per
come filavano le cose. Era il maestro di tutti noi. La gratitudine, da sola,
bastava a passar sopra anche alle piccole insoddisfazioni che non mancano mai
nella carriera accademica”. L’ombra di Anubi (Lynda Robinson): Poiché sette
salme erano pronte per essere estratte dal natron, il sacerdote Raneb era ansioso di assicurarsi che la sua
cliente fosse la prima a essere avvolta nelle bende. Il vedovo della
principessa Shapu gli aveva fornito un vaso in bronzo affinché l’imbalsamazione
della moglie risultasse perfetta. Raneb sapeva bene quanto diventavano
trascurati i bendatori dopo aver trascorso tutto il giorno ad avvolgere i
cadaveri nel lino impregnato di resina, perciò la principessa Shapu doveva
essere la prima. L’ottava vibrazione (Carlo Lucarelli): Tutte le
volte che si allentava il nodo della cravatta, il signor Cappa batteva l’unghia
del pollice contro la superficie inamidata del colletto. Agganciava il nodo con
l’indice, tirava piano verso il basso e poi, sempre, un piccolo colpo con la
punta del pollice sulla cellulosa irrigidita, un piccolo colpo secco,
all’indietro, come per lanciare una biglia, tutte le volte. Non serviva a
niente, non aveva significato, e se anche gli avessero chiesto il motivo per
cui lo faceva lui non avrebbe saputo cosa rispondere, perché non si era mai
accorto nemmeno di farlo. L’uomo dei cerchi azzurri (Fred Vargas): Mathilde
tirò fuori l’agenda e scrisse: “Il tizio seduto alla mia sinistra mi prende per
i fondelli”. Bevve un sorso di birra e lanciò un’altra occhiata al vicino, un
tizio immenso che da dieci minuti tamburellava con le dita sul tavolo. Aggiunse
sull’agenda: “ Si è seduto troppo vicino, come se ci conoscessimo, invece io
non l’ho mai visto. Non c’è molto altro da dire su questo tizio che porta un
paio di occhiali neri. Sono seduta al Café Saint-Jacques e ho ordinato una
birra alla spina. La bevo. Mi concentro sulla birra. Non trovo niente di meglio
da fare”. La bussola d’oro (Philip Pullman): Lyra e il suo
daimon si mossero nella crescente penombra dl salone, bene attenti a restare da
un lato, dove non potevano esser visti dalla cucina. Le tre lunghe tavole che
correvano da un capo all’altro del salone erano già apparecchiate, con
cristalli e argenti scintillanti sui quali si raccoglieva la scarsa luce, e con
le panche già sistemate, pronte per accogliere gli ospiti. In alto, nel buio,
erano appesi i ritratti dei precedenti Maestri. Lyra raggiunse la predella
rialzata, si guardò alle spalle, verso la porta aperta della cucina e, non
vedendo nessuno, salì lo scalino verso la tavola d’onore. I posti dei
commensali, qui, erano apparecchiati d’oro, non d’argento, e ad accoglierli non
v’erano panche di quercia ma quattordici alte sedie di mogano guarnite di
cuscini di velluto. La fata carabina (Daniel Pennac): Era inverno a
Belleville e c’erano cinque personaggi. Sei, contando la lastra di ghiaccio. Sette,
anzi con il cane che aveva accompagnato il Piccolo dal panettiere. Un cane
epilettico, con la lingua che gli penzolava da un lato. La lastra di ghiaccio
somigliava a una cartina dell’Africa e copriva l’intera superficie
dell’incrocio che la vecchia signora si accingeva ad attraversare. Sì, sulla
lastra di ghiaccio c’era una donna, molto vecchia, in piedi, malferma sulle
gambe, che fascinava con millimetrica prudenza una pantofola davanti all’altra.
Reggeva una sporta da cui spuntava un porro d’occasione, portava un vecchio
scialle sulle spalle e un apparecchio acustico nella piega dell’orecchio. La profezia della croce (Bill Napier): L’uccello
volteggia elegantemente nella corrente ascensionale con movimenti lenti e
rilassati. La delicata messa a punto delle sue ali, prodotto di antiche forze
evolutive, gli permette di tenere la testa perfettamente allineata e gli occhi,
scintillanti e neri, fissi su una macchia quindici chilometri più in basso. Il
suo sguardo è concentrato su un grosso animale immobile. Istinti ancestrali
dicono all’uccello che il grosso animale è nei guai. La spada della verità (Terry Goodkind): Era un
rampicante bizzarro. Il gambo, dal quale pendevano delle foglie scure, si era
avvinghiato allo snello tronco dell’abete del balsamo come se volesse
strangolarlo. L’albero, che aveva la corteccia macchiata dalla sua stessa linfa
e i grossi rami secchi piegati verso il basso, sembrava che stesse cercando di
lanciare un lamento nella fresca e umida aria del mattino. I baccelli, che
spuntavano senza un ordine preciso lungo tutto il gambo del rampicante erano
come occhi che sorvegliassero la zona con circospezione per scoprire se
qualcuno stava assistendo a quel delitto. Mondo senza fine (Ken Follett): Gwenda aveva otto
anni, ma il buio non le faceva paura. Quando aprì gli occhi non vide nulla,
però non fu questo a spaventarla. Sapeva di trovarsi al priorato di
Kingsbridge, nel lungo edificio di pietra chiamato ospitale, stesa a terra su
un giaciglio di paglia. Accanto a lei era sdraiata la madre; dal tiepido
profumo Gwenda comprese che stava allattando il piccolo, ancora senza nome.
Vicino alla mamma c’erano il papà e poi il fratello maggiore Philemon, di
dodici anni. Nella mia fine è il mio principio (Agatha Christie) “Nella
mia fine è il mio principio…” E’ una frase che ho sentito citare spesso. Suona
bene, ma che cosa significa in realtà? Esiste forse un solo particolare su cui
puntare il dito e dire: cominciò quel giorno, in quel tal posto e a quella data
ora, con quell’avvenimento? Questo sangue che impasta la terra (Francesco Guccini
– Loriano Macchiavelli): Bene, non lo avrebbe più rivisto! Ce l’aveva
fatta e poteva mandare all’inferno quel poliziotto scortese, insofferente,
presuntuoso, prepotente… L’aveva costretta a presentarsi nel suo ufficio tante
volte che le pareva di averci passato una vita in quel buco che sapeva di
chiuso e di sigarette fumate là dentro per anni. Spiderwick (Tony Di Terlizzi – Holly Black): Se
qualcuno avesse chiesto a Jared Grace che cosa avrebbero fatto suo fratello e
sua sorella da grandi, lui non avrebbe certo avuto dubbi. Avrebbe risposto che
suo fratello Simon avrebbe potuto fare tanto il veterinario quanto il domatore
di leoni. E avrebbe aggiunto che sua sorella Mallory avrebbe potuto entrare a
fare parte della squadra olimpica di scherma, oppure finire in prigione per
aver infilzato qualcuno. Tuttavia Jared non avrebbe saputo dire cos’avrebbe
fatto lui da grande. Non che gliel’avessero mai chiesto. In effetti nessuno
chiedeva mai la sua opinione. Uno studio in rosso (Arthur Conan Doyle: Nell’anno
1978 presi la laurea in medicina all’università di Londra e mi trasferii a
Netley per seguire il corso prescritto per i medici militari. Completati i miei
studi a Netley, fui destinato al Quinto Reggimento Fucilieri Northumberland, in
qualità di assistente chirurgo. Visioni di robot (Isaac Asimov) Immagino di dover
iniziare dicendovi chi sono. Sono un membro molto giovane del Gruppo Temporale.
I Temporalisti (lo spiego a beneficio di chi non ha potuto prestare attenzione
ai progressi della tecnologia perché troppo impegnato nella lotta per la
sopravvivenza in questo duro mondo del 2023) sono attualmente gli aristocratici
della fisica. |
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